Questo settore ha già al suo attivo alcuni casi di successo di riferimento; Airbnb, Blablacar, Guesttoguest e Drivy sono tutte aziende di successo ben note al grande pubblico. In pochi anni è riuscita a creare un mercato da 15 miliardi di dollari a livello mondiale, e gli osservatori più esperti stimano che raggiungerà i 335 miliardi di dollari nel 2025, grazie a una crescita annua di quasi il 40%! Suscita forti passioni poiché, mentre alcuni vi vedono un’intollerabile precarietà del lavoro, altri considerano questa nuova economia come la soluzione alle difficoltà del nostro tempo, in particolare alla disoccupazione. Rappresenta un vero rompicapo per i nostri governanti, poiché la nostra legislazione non è affatto adeguata a regolarla. È simpatica, innovativa e pone l’individuo al centro delle relazioni, privilegiando la fiducia rispetto al formalismo. Tutti la conoscono, molti di noi l’hanno provata, alcuni ne sono diventati dipendenti. Ma, in fin dei conti, che cos’è l’economia collaborativa?
Un unico bene consumato invece di due, ma due bisogni soddisfatti invece di uno!
È nel 2000 che è nata l’idea di un’economia diversa, fondata sul concetto di condivisione, emersa negli Stati Uniti con il nome di «sharing economy». Si trattava allora, secondo la visione dei precursori, di contrastare la diminuzione delle risorse, derivante in particolare dall’esplosione demografica. Per loro, la soluzione risiede nella condivisione dei beni sottoutilizzati. Ognuno dispone di beni (auto, barca, casa…) che non utilizza, o che utilizza solo in misura limitata; pertanto, piuttosto che un individuo acquisti un bene nuovo che utilizzerà solo parzialmente, è preferibile che egli utilizzi il bene sottoutilizzato di un terzo. Verrà consumato un solo bene anziché due, ma, in definitiva, saranno soddisfatti due bisogni anziché uno! Inoltre, questo nuovo modo di concepire i rapporti economici risponde a una certa «disillusione» nei confronti del sistema capitalista tradizionale, al desiderio di allontanarsi dalle reti storiche impersonali e di non ricorrere più agli intermediari classici costituiti da grandi società. Risparmio di risorse a livello macro, controllo delle spese a livello micro, miglioramento del legame sociale… L’idea era geniale! Tuttavia, affinché la storia potesse avere inizio, era comunque necessario affinare il concetto e risolvere alcune difficoltà, ovvero, in particolare: Come può una persona venire a sapere che un’altra dispone del bene di cui ha bisogno e che, per di più, dato che lo utilizza solo in parte, è disposta a condividerlo? Non si tratta quindi solo di mettere in comune le risorse per risparmiare, ma proprio di trovare un modo per metterle in rete; poiché siamo già entrati nell’era digitale, il Marketplace è una piattaforma collaborativa connessa. – Si tratta certamente di condividere, e non di svolgere un’attività lucrativa; tuttavia, è indispensabile che chi offre trovi un interesse in tale condivisione, altrimenti l’idea non funziona. Pertanto, il sistema si baserà sul concetto di condivisione dei costi. Chi offre riceverà un compenso per il bene di cui è proprietario e che accetta di condividere, ma tale compenso costituirà solo un contributo alle spese inerenti a tale bene, in nessun caso un profitto. Si condivide quindi un bene, ma anche le spese ad esso relative. – Per ripensare l’atto di consumo e uscire dalle reti tradizionali di intermediazione dettate dai grandi gruppi, è necessario che le persone trattino direttamente, senza l’intervento di terzi, in particolare per quanto riguarda l’importo del compenso dell’offerente. La negoziazione diretta sarà quindi la regola, e l’intuitu personae ritroverà così il suo prestigio in questa economia.
Un sistema basato sulla fiducia
– Infine, affinché tutto ciò funzioni, è necessaria la fiducia. Senza fiducia l’economia collaborativa non può funzionare. In questo sistema, i rapporti non sono organizzati da una società che li controlli o li garantisca; allo stesso modo, gli Stati non hanno il compito di intervenire direttamente, in particolare attraverso normative specifiche. Gli attori devono quindi avere fiducia nel sistema.
Per rispondere a questa problematica, viene subito in mente un sistema in cui gli attori si controllano indirettamente a vicenda, in particolare esprimendo la propria soddisfazione o insoddisfazione a seguito del completamento di un’operazione.
È proprio grazie a questi commenti lasciati dagli utenti che i membri meritevoli saranno valorizzati e quelli inadeguati esclusi.
In sintesi, è attraverso una sorta di autocontrollo che si può garantire la fiducia all’interno della comunità.
Partendo da questi diversi elementi, si può infine definire in modo abbastanza semplice cosa sia l’economia collaborativa, almeno nella sua versione «più pura».
Si tratta sistematicamente:
– Di una piattaforma che consente l’incontro tra una persona che ha un’esigenza e una persona in grado di soddisfarla, grazie a un bene di cui dispone e che utilizza solo parzialmente.
– Di una comunità di utenti che mettono in rete le proprie risorse e che si fidano l’uno dell’altro, in particolare grazie alle recensioni che si scambiano reciprocamente, e che consentono di liberare la comunità dagli elementi indesiderati.
– Di rapporti tra privati privi dell’intervento di terzi, dai quali deriva la condivisione di un bene da parte di chi lo possiede, in cambio di un compenso che gli viene corrisposto e che, pur essendo liberamente negoziato dalle parti, deve tuttavia rientrare nella condivisione delle spese, e non a un’attività commerciale a scopo di lucro.
Ecco cos’è l’economia collaborativa, l’economia della condivisione, così come è stata concepita «in origine» e così come viene effettivamente attuata da alcune società che gestiscono piattaforme.
Prendiamo l’esempio del settore del carpooling, il cui leader è noto a tutti e che costituisce un eccellente esempio di attività nel settore dell’economia collaborativa. Si tratta, né più né meno, della gestione di una piattaforma sulla quale possono incontrarsi persone che desiderano spostarsi e altre che dispongono di un bene sottoutilizzato, ovvero il proprio veicolo riempito per metà, per un terzo o per un quarto durante gli spostamenti quotidiani.
Queste persone negoziano di comune accordo le modalità pratiche della condivisione del bene (luogo di incontro, itinerario…), nonché quelle finanziarie, ovvero in quale misura il richiedente contribuirà alle spese sostenute dall’offerente nell’ambito del tragitto. Successivamente, entrambi possono esprimere la propria opinione, al fine di rafforzare la fiducia dei membri all’interno della comunità. Vedremo nei prossimi articoli che l’economia collaborativa ha già subito delle trasformazioni, che potrebbero portare a modelli piuttosto distanti dalla struttura originaria.